Le sinistre colonialiste dell’Italia repubblicana

Se l’Etiopia tornò all’imperatore Hailé Selassié subito dopo la cacciata degli italiani nel 1941, ben diverso e più incerto sembrava, nell’immediato dopoguerra, il destino delle altre colonie del nostro Paese, ovvero Somalia, Eritrea e Libia.
Decisa a non perdere i domini d’oltremare, sia per tutelare gli interessi dei propri coloni, sia per scongiurare il rischio di vedere quelle zone affidate alla Gran Bretagna, l’Italia democratica avviò così un’incessante azione diplomatica, già a patire dal 1943.
italia-ritorna-in-somaliaI primi passi in tal senso furono la creazione dell’Amministrazione coloniale del Sud (prima a Salerno, poi a Bari e infine a Roma una volta ritiratisi i tedeschi) e in seguito la ricostituzione del Ministero dell’Africa italiana, nel 1945, dopodiché Roma chiese in modo formale ed esplicito sia alla Conferenza di pace di Potsdam (1945) che a quella dei Ventuno (1946) il riottenimento delle colonie. Vista tuttavia sfumare questa possibilità per l’intransigenza alleata, l’Italia, dopo aver firmato a Parigi tramite il suo plenipotenziario Meli Lupi di Soragna l’atto formale di rinuncia all’Impero, ripiegò allora sulla richiesta di un’amministrazione fiduciaria, contando sulla mancata definizione dei destini di Somalia, Eritrea e Libia nei trattati di pace.
Entrambe le istanze erano state formalizzate tramite memorandum nei quali si sottolineava, da un lato, come la permanenza italiana nel Continente Nero sarebbe stata garanzia di stabilità per quei territori e per la stessa Europa 1, mentre dall’altro si poneva l’accento sulle opere costruite dal nostro Paese nei vecchi domini 2.
Sarà interessante notare come anche il PCI e il PSI fossero favorevoli al mantenimento della presenza italiana in Africa e l’utilizzo, da parte della DC come dei socialisti e dei comunisti, di un registro concettuale comunicativo a riguardo non dissimile da quello del Fascismo.
Se ad esempio per il democristiano Domenico Lattanza il popolo italiano aveva “acquistato pieno titolo per il ritorno in quei territori attraverso una lunga opera di civilizzazione”, il ministro Brusasca, sempre democristiano, ricordava come il governo avesse inviato alla commissione d’inchiesta dell’ ONU “tutto il materiale occorrente per la dimostrazione della nostra opera d civiltà”. Sempre dal fronte democristiano, il deputato nonché docente di diritto costituzionale e poi giudice costituzionale Gaspare Ambrosini parlava di “opere veramente grandi” dell’Italia nelle colonie, non soltanto nella “trasformazione e valorizzazione del territorio ma anche nella “elevazione della personalità umana degli indigeni” nel “campo del diritto pubblico, per quanto si attiene agli affari religiosi, alle amministrazioni locali e dell’amministrazione della giustizia”.
Gli faceva eco il collega di partito Vittorio Menghi, che ricordava con queste parole i coloni italiani: “gente tenacemente laboriosa, capace e onesta cui si è sempre associato con fraternità quel elemento indigeno che, se non artificiosamente frastornato, ha costantemente invocato il ritorno dell’Italia”.
pietro-nenniCome anticipato, è però l’atteggiamento di socialisti e comunisti, in palese rottura con i dettami del marxismo leninismo e dell’internazionalismo proletario, a destare maggiore curiosità. Per Nenni, infatti, “l’opera di civilizzazione da loro compiuta (dai coloni italiani, ndr) al lato o ai margini degli orrori delle guerre coloniali, pone o ripropone il diritto della nostra permanenza in Africa”, mentre il comunista Giuseppe Berti auspicava l’aiuto sovietico in sede ONU “per la difesa degli interessi italiani”, e rilanciava : “spetta al governo dire dateci le colonie in amministrazione fiduciaria”.
Il contributo non vuole certamente forzare con temerarietà ingenua i limiti dei quella contestualizzazione che è imperativo di ogni analisi storiografica che guardi al metodo scientifico, dunque non si potrà che riconoscere, nei passaggi citati e nelle azioni dell’establishment del tempo, la giusta e comprensibile volontà di tutelare gli interessi vitali di una fetta dei cittadini italiani e, quindi, del Paese.

È comunque utile mettere in luce un aspetto poco noto del dopoguerra, ossia la sopravvivenza, anche in epoca repubblicana, di un’architettura concettuale, ideologica e politica che si voleva superata ma in realtà ben evidente anche in quella sinistra che solamente più tardi avrebbe maturato una più genuina coscienza terzomondista. L’imperialismo, con tutto il suo carico politico e culturale non era, in buona sostanza, prerogativa del solo Ventennio o dell’Italia monarchica.

di © Davide Simone – Tutti i diritti riservati
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NOTE
1 – Si paventava l’idea di una reazione violenta e incontrollabiledelle destre nazionaliste, qualora l’Italia fosse stata spogliata delle colonie
2 – Roma faceva leva anche sul tema dei soldi spesi e investiti per queste opere
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