La vita e le esplorazioni di Vittorio Bottego

vittorio_bottegoVittorio Bottego nasce a S. Lazzaro di Parma il 29 luglio 1860 da Agostino e Maria Asinelli. Il padre medico si trasferì dall’Alta Valle del Taro a San Lazzaro prima della nascita del figlio minore Vittorio. Il fratello maggiore Giambattista si trasferì negli Stati Uniti, da cui rientrò dopo la scomparsa di Vittorio assieme ai propri figli. Proveniva da una ricca famiglia proprietaria di estesi possedimenti a est della città (la nipote dell’esploratore Celestina Bottego, fondò l’ordine missionario “Società Missionaria di Maria” noto come Suore Bottego, ordine tuttora esistente ed operante, con sede in un rustico di proprietà della famiglia nell’allora territorio di San Lazzaro, oggi inglobato nel territorio cittadino). Ragazzo irrequieto ed avventuroso, dopo alcune disavventure scolastiche, tra cui un insegnante preso a schiaffi, il giovane Vittorio si iscrive all’Accademia Militare, da cui esce ufficiale di Artiglieria. Segue inoltre con successo la Scuola di Equitazione di Pinerolo partecipando e vincendo numerosi concorsi ippici. In quegli anni una serie di esplorazioni intraprese dalle potenze coloniali in tutta l’Africa crea il mito dell’esploratore. Attratto giovanissimo da questa carriera, Bottego richiese il trasferimento nella costituenda Colonia Eritrea nel 1887 allo scopo di condurre spedizioni scientifico-geografiche. Le prime spedizioni riguardarono la Dancalia (1891), territorio desertico che si affaccia sul Mar Rosso dove sbocca il grande Rift Africano, regione ancora oggi scarsamente conosciuta, allora quasi inaccessibile, che ospita alcuni rettili fra i più velenosi al mondo con un clima incredibilmente caldo e secco (temperatura media 55°C). Tornato ad Assab progettò ulteriori spedizioni nella regione del Giuba, fiume che nasce nell’attuale Etiopia e, attraversata la Somalia, sfocia nell’Oceano Indiano. Intanto aveva iniziato a raccogliere esemplari di animali, piante ed altri materiali scientifici e ad inviarli a Parma per quello che diventerà il Museo Eritreo Bottego, oggi incluso nel Museo di Storia Naturale di Parma. Nel 1892 raggiunse il Ganale Doria, (alto corso del Fiume Giuba) che risale fino alle sorgenti (marzo 1893). Bottego pubblicò un resoconto di queste esplorazioni nel libro Il Giuba Esplorato, in cui non risparmia critiche all’occupazione italiana di quelle sterili regioni, ma fornisce anche notevole materiale geografico e scientifico. Dopo un breve ritorno in Italia, riparte per una spedizione per determinare una pianta del complesso corso del fiume Omo (che sarà poi durante la dominazione italiana ribattezzato Omo Bottego) col patrocinio della Società Geografica Italiana. Discende il fiume dal lago Pagadé al Lago Rodolfo (lago Turkana) risolvendo almeno il mistero della foce del fiume. Tenta di proseguire l’esplorazione in territorio etiopico, nella regione dei Galla ma è invece costretto ad un combattimento (causato anche dal suo carattere impetuoso) a Daga Roba, nel corso del quale viene ucciso il 17 marzo 1897. Il resoconto di questa seconda spedizione fu pubblicato dai due sopravvissuti il sottotenente di fanteria Carlo Citerni e il sottotenente di vascello Lamberto Vannutelli nel libro: L’Omo; viaggio d’esplorazione nell’Africa Orientale.

ESPLORAZIONI

1892 – Con una spedizione patrocinata dalla Società Geografica Italiana (sembra anche con un contributo personale del re Umberto I), assieme al capitano Matteo Grixoni che finanzia in parte la spedizione, traccia il percorso completo del Giuba e dei suoi affluenti durante un viaggio durato 11 mesi e 22 giorni nel quale perde per diserzione, malattie, assalti da popolazioni locali o da animali, defezioni concordate, circa il 90% dei membri della spedizione. Lo stesso socio Capitano Grixoni si separerà da lui a metà del viaggio, lasciandolo da quel momento privo di contatti con l’Italia, dove lo daranno per disperso. Al ritorno in patria sarà ricevuto dalle altezza reali e la Società Geografica Italiana lo insignirà di una Medaglia d’Oro (1).

ATTIVITA’ PROFESSIONALE

Vittorio Bottego sbarcò a Massaua, per la prima volta in Africa, all’inizio di novembre del 1887 poco dopo la strage di Dogali e venne assegnato alla batteria del capitano Micheli, superstite di quel drammatico avvenimento. Capo artiglieria della Spedizione San Marzano, fu addetto per oltre un anno ad una batteria indigena, che egli tenne fino alla fine di dicembre del 1890, stando così a diretto contatto con gli africani del luogo, avendo modo di studiarli e di conoscerli, facendosi un’esperienza che gli giovò molto per il futuro successo dei suoi viaggi. Durante le sue cavalcate raccolse interessanti cognizioni della fauna e della flora di quei luoghi da mandare in dono al Museo di Storia Naturale della natia città di Parma, rendendosi così ad un tempo untile all’esercito e alla scienza. Nel 1890, su proposta del Governatore generale Gandolfi e del colonnello Airaghi, eseguì un progetto di spedizione geografica nei Paesi dell’Alta Etiopia, da cui scendono i fiumi della Somalia. Tale progetto lo espose al col. Baratieri, allora vice presidente della Reale Società Geografica Italiana, che lo inviò in Italia al Ministero degli Esteri allo scopo di presentare tale progetto che, appoggiato inizialmente dal Crispi, fu mandato a monte a causa della caduta del suo Ministero.

vittorio_bottego_esplorazioni_africa-orientaleIl Marchese Doria, presidente della Reale Società Geografica Italiana, propose allora al Bottego, come provvisorio diversivo, un viaggio lungo il litorale della Dancalia, da Massaua ad Assab, pochissimo conosciuto, al bordo della ragione allora malfamata per gli eccidi delle spedizioni Munzinger, Bianchi e Giulietti. Più precisamente, la spedizione composta da ascari, partì da Massaua il primo maggio 1891.

Tuttavia, giunto all’altezza di Hache’o il Bottego ricevette ordine dal suo comando di sospendere il viaggio per gravi pericoli di incursioni etiopiche in Dancalia (la banda di Terrai Mahrù distrusse quell’anno Firidello e investì Thiò); ma il Bottego, rinviata la scorta militare, proseguì con pochi servi e giunse ad Assab il 25 maggio, raccogliendo osservazioni sulla geografia, sulla fauna e la meteorologia di quella parte della Dancalia, mai esplorata prima, su cui pubblicò una relazione sul Bollettino della Reale Società Geografica Italiana del 1892.

Tale breve viaggio non fu certo privo di interesse: in base alle notizie e ai rilievi di Bottego fu possibile disegnare la carta della regione costiera dei Dancaliaa e registrare sicure nozioni su alcuni mammiferi ed uccelli di nuova specie. In ogni modo, l’iniziale idea del Bottego di compiere una spedizione al Giuba, messa da parte per un momento, non abbandonò l’esploratore.

Ritornato in Italia, il suo progetto fu ripreso in esame ed accettato dal senatore Doria, al quale il Bottego parve essere l’uomo ideale a guidare una spedizione che la Società Geografica sin dal 1865 aveva auspicato e che varie contingenze, non ultima la strage della spedizione Porro, avevano tenuto in sospeso. Così, nel giugno del 1892, i preparativi furono ultimati e il Bottego contava di partire l’agosto successivo. Si trattava certamente di una spedizione, quella al Giuba, di grande interesse geografico e politico. Innanzitutto, si sentì forte, nella seconda metà del XIX sec, l’esigenza di riempire quello spazio ancora lasciato bianco nelle carte geografiche di quella zona dell’Africa. Numerose spedizioni si erano infatti succedute nel Giuba, senza però giungere a compimento. Inoltre, la convenzione italo-inglese, 24 maggio-15 aprile 1891, delimitante la sfera d’influenza assegnata a ciascun Stato, tracciava il confine occidentale con una linea che, partendo da Kisimayo e risalendo la linea di inpluvio del Giuba sino al 6° parallelo nord, lo seguiva fino all’incrocio con il 35° meridiano ad oriente di Grenwich e, muovendo ulteriormente di là, lungo lo stesso meridiano, toccava il Nilo Azzurro e volgendo poi a Greco raggiungeva il Mar Rosso a Capo Casar (probabilmente Capo Guardafui o Ras Asir, Ras Caseir, punta estrema del Corno d’Africa – nde)

Si trattava di una linea ipotetica, dato che nessuno poteva dire dove scorressero il medio e basso corso del Giuba, quanti fossero i possibili rami e quali fra questi si doveva ritenere il principale. L’articolo 2 della convenzione disponeva, altresì, che il tracciato sarebbe stato suscettibile di miglioramenti, dopo ulteriori esplorazioni svelanti le condizioni orografiche ed idrografiche della regione, a quel tempo una delle più ignorate del Continente africano. Spettava all’Italia esplorare la parte centrale della Somalia e dei Galla, comprendente l’alto bacino dell’Uebi Scebeli e tutto quello del Giuba, sul quale si sapeva trovarsi un centro attivissimo di commercio Lugh.

Bottego_Ciccodicola_NarettiIl Bottego decise, per esplorare la regione, di percorrere una strada diversa rispetto a quella tentata dalle precedenti spedizioni nella zona. Scartata l’idea di partire dallo Scioa o dall’Arrar come anche quella di risalire il fiume dalla foce alle sorgenti; come luogo di partenza fu scelto Berbera, ritenuto uno degli sbocchi del commercio dei Galla, sembrando facile proseguire poi per Imi sull’Uebi attraverso l’Ogaden. A compagno di viaggio e come sotto-comandante della spedizione fu scelto il capitano d’artiglieria Matteo Grixoli, già facente parte delle truppe dell’Eritrea. Completata la preparazione scientifica, il Bottego s’imbarcò a Genova per Massaua con il compagno, capitano Matteo Grixoni, e un’altra spedizione diretta dal capitano Ugo Ferrandi, organizzata dalla Società di Esplorazione Commerciale di Milano. Arrivato a Massaua, il Bottego arruolò la maggior parte degli uomini di scorta fra detenuti per reati comuni, con la promessa di condono della pena, al ritorno, se si fossero comportati bene. La spedizione partì da Berbera il 30 settembre 1892, esplorò i rami del Giuba fino alle sorgenti del Daua, cui aggiunse il nome di Parma, sua città natale, che discese per lungo tratto. Tuttavia, a Berbera lo sbarco fu vietato per un futile pretesto: gli uomini furono messi in quarantena e solo qualche settimana dopo la spedizione poté ripartire con l’ordine di non entrare a Berbera. Il 7 novembre arrivò a Imi, nel mezzo della valle dell’Uebi, unico villaggio fisso delle regioni, abitato dagli Ogaden, popolo di pastori e nomadi. Da qui, la spedizione incontrò molti problemi, tra i quali la febbre, l’arsura e la stanchezza della marcia, ma, il prolungato soggiorno al guado dell’alto Canale di Gudda servì a rimettere gli uomini in condizione di poter ripartire. Tuttavia, il capitano Grixoni con 33 uomini lasciò gli accampamenti diretto alla costa per Lugh e Bardera il 15 febbraio 1893. Il Bottego, non scoraggiato dalla partenza del compagno, decide di proseguire per l’interno. Giunge così fino alle fonti del Banana, nell’alto corso detto Galena e successivamente raggiunge Lugh, liberando due europei prigionieri di quel sultano. Toccò il Daua Parma, scoprì le cateratte poi chiamate Baratieri e Dal Verme sul Giuba e, infine, raggiunge Brava l’8 settembre successivo.

Il resoconto del suo viaggio, costato 35 morti, apparve nel libro Il Giuba esplorato del 1895. Il vol. V del Bollettino della Società Geografica Italiana del 1892 contiene (da pp. 403 a pag. 418 e da pag. 480 a pag. 494) il Giornale di viaggio del Capitano Vittorio Bottego nella terra dei Danakil. Non si tratta di un arido e nudo itinerario, tanto da assumere in certi punti forma narrativa, con episodi e osservazioni geografiche ed etnografiche e con un’appendice di note di zoologia e meteorologia, più una carta originale redatta, sul disegno del viaggiatore, dal Prof. G. Dalla Vedova. Rientrato in Itala dopo la sua prima spedizione nel Giuba, accompagnato da Matteo Grixoni, il 21 novembre 1893 rese conto dell’esplorazione compiuta davanti al Consiglio della Società Geografica, dopo che, qualche giorno prima, il capitano Grixoni gli aveva consegnato la relazione dell’esplorazione del medio e basso Daua. Il 17 marzo 1894 nel Collegio Romano, il Bottego, guadagnata fama di grande esploratore, tenne una conferenza sul tema “Alle sorgenti del Giuba” e ricevette in quell’occasione dalla Regina Margherita la grande medaglia d’oro del premio del Re Umberto, assegnatogli con deliberazione unanime dalla Società Geografica. Nel frattempo il Governo gli decretava la medaglia d’argento al valore militare per la perizia e l’abilità dimostrata nel condurre a compimento la sua grandiosa opera.

In quello stesso periodo, il Bottego presentò il programma di una nuova esplorazione che la Società Geografica accolse all’unanimità nell’adunanza del 20 maggio 1895, quando il suo Presidente, il senatore Doria, annunziò la nuova impresa. Secondo le sue linee generali la spedizione doveva partire dal porto di Brava e raggiungere Lugh.

Stabilita qui una stazione commerciale avrebbe dovuto procedere poi alla ricognizione delle regioni sud-occidentali della sfera di influenza italiana, visitare la tomba di Eugenio Ruspali e cercare di risolvere la questione della pertinenza idrografica dell’Omo. Dunque, si trattò di una spedizione che non aveva solo l’obiettivo di conoscere gli aspetti geografici connessi al fiume Omo, ma aveva altresì finalità commerciali e soprattutto politiche. L’itinerario proposto dal Bottego venne accolto solo nella sua prima parte: una volta raggiunto l’Omo e le regioni circostanti (Lago Abba, Monte Uosciò del D’Abbadie, lago (Bison) Abbaia del Ruspali), la Spedizione avrebbe dovuto procedere a occidente e raggiungere il grande versante occidentale dell’Altopiano etiopico, scartando così le altre due possibili vie di ritorno prospettate dal Bottego, per il Congo o per Zanzibar. Il 10 aprile 1895 i membri della spedizione – composta, oltre che dal Bottego dal tenente di vascello Lamberto Vannutelli, addetto ai rilievi geografici; dal dottor Maurizio Sacchi, naturalista e sotto tenente di fanteria; e dal tenente Carlo Citerni, per la fotografia – visitarono la tomba di Eugenio Ruspali e riordinata la carovana e esplorato nel frattempo il Sagan e i suoi affluenti, determinato non essere questi l’Omo, dopo un soggiorno a Burgi, ripresero la marcia verso la catena del Monte Delo, un gigante che domina con il suo sguardo (3.600 metri) tutta la regione.

L’esplorazione geografica doveva essere il principale obiettivo della spedizione, ma essa doveva contemporaneamente attirare a sé il rispetto dei popoli che vivevano nella zona, stipulando trattati con loro e rendendo così più sicure le vie che conducevano a Lugh, facendone un centro commerciale sempre più importante. Lo stabilimento della stazione di Lugh fu accettato, quindi, come primo atto della spedizione.

Così il nome di Vittorio Bottego è legato a tutta una serie di trattati; primo quello con il Sultano di Lugh, che pose sotto la protezione dell’Italia tutti i suoi domini di qua e di là dal Banana, obbligandosi ad avviare i commerci al Benadir, favorendo il passaggio delle carovane e lasciando al Bottego la facoltà di impiantare una stazione.

Successivamente, la Spedizione giunse al lago Abbaia, che il tenente Vennutelli rilevò ed orientò. Raggiunsero poi il lago Margherita, intensamente popolato e il cui perimetro misura circa 250 km. Sulle sue rive vennero uccisi parecchi elefanti e l’avorio ricavato, con anche l’altro materiale scientifico venne dato in consegna agli Aruro. Nel mentre il grosso della spedizione era ferma a Bumé, presso la foce dell’Omo, un distaccamento al comando del Bottego e con Vennutelli si recò al lago Stefania per determinarvi la posizione. Sorpassata la linea di displuvio tra i bacini dei due laghi, a 4° 59’ di latitudine nord, si prese a risalire un fiume che dalla direzione e dal corso, dalla portata e dalla posizione astronomica fu riconosciuto essere il Sagan, che, ricevute le acque del Galena Dulei, trovava la sua foce nel lago Stefania. Nonostante i grandi risultati scientifici ai quali era così pervenuto, il Bottego volle proseguire verso le aree rimaste ancora sconosciute. Il 27 ottobre arrivarono presso il villaggio di Bussì, allo spartiacque dei bacini imbriferi del Nilo e della regione dei laghi. Il 3 gennaio del 1897 arrivarono al Giuba, il ramo più nord del Sobat, il grande affluente del Nilo.

Pochi giorni dopo la Spedizione subì un poderoso attacco, nel quale il Bottego perse la vita. Alla disfatta contribuì molto il fatto che nessuno nella spedizione sapeva di ciò che era accaduto ad Adua e, solo dopo la triste giornata di Iellem, appreso degli avvenimenti del 1896. Ciò nonostante la Società Geografica avesse cercato con i mezzi che aveva a disposizione di tenere informato il Bottego rispetto a ciò che andava accadendo. I superstiti pubblicarono L’Omo Bottego, viaggio di esplorazione nell’Africa Orientale del 1899. Malgrado le dolorose dispersioni, i risultati scientifici furono ingenti e le varie raccolte vennero elaborate e studiate da singoli specialisti.

Con questa seconda spedizione Bottego, la Società Geografica chiuse il ciclo delle grandi esplorazioni, e il senatore Doria, che ne era stato l’anima e la mente, rassegnò le dimissioni. Con il suo viaggio il Bottego aveva completato i viaggi di Cecchi e Chiarini, di Teleki e Won Honel, di Borelli, Ruspali e Donaldson Smith; le sue esplorazioni non si limitarono ad una sola corrente d’acqua, non furono come tante effettuate allora, ma si distinsero per razionalità e sistematicità. L’esplorazione del Giuba servì da sola a porre il nome di Bottego tra quelli dei principali esploratori dell’Africa.

parma_monumento_vittorio_bottegoIl valore di quest’uomo è altresì testimoniato dalle sue opere maggiori, tra le quali si ricordano, oltre al già citato Giornale di viaggio del Capitano Vittorio Bottego nella terra dei Danakil, il volume Il Giuba esplorato (1895), dove il Bottego narra della sua prima spedizione nel Giuba, come anche il volume postumo L’esplorazione del Giuba: viaggio di scoperta nel cuore dell’Africa eseguito sotto gli auspici della Società geografica italiana (1900). Di grande interesse sono altresì i contributi del Bottego pubblicati nella rivista Geografia per tutti nel 1894: “Agronomia abissina”, “Una gita sul monte Bizen”, “La Somalia italiana”.

Non sembra superfluo far riferimento ai giudizi esteri sull’opera della seconda spedizione Bottego, riferiti dal Bollettino della Società Geografica Italiana, fasc. XI e XII del 1897. Si tratta di impressioni estremamente positive riportate nel Geographical Journal della R. Geographical Society di Londra, nelle Mitteilungen di Petermann che definirono l’impresa del Bottero “una delle più splendide manifestazioni di attività esploratrice dell’ultimo decennio nel continente africano…”.

Anche La Quinzaine coloniale, la Belgique coloniale, Le mouvement geographique di Bruxelles, il Bullettin of the American Geographical Society sono d’accordo nel proclamare che da lungo tempo non era stata raccontata da nessuno una così abbondante messe di conquiste geografiche in Africa.

Esploratore e militare, Vittorio Bottego fu anche un attento naturalista che si dedicò per anni allo studio e alla classificazione di quegli stessi esemplari di fauna africana che costituiscono oggi la ricchezza del “Museo dell’Università” a Parma a lui intestato. La Raccolta Bottego comprende i reperti sia naturalistici sia etnografici raccolti da Vittorio Bottego in Eritrea, durante la sua prima esperienza in Africa, come Capitano di artiglieria in riserva coloniale, ed inviati al Gabinetto di Storia Naturale della Regia Università di Parma a partire dall’autunno del 1889. Come spiega Pellegrino Strobel, che ne fu ispiratore e che contribuì alla preparazione scientifica del giovane esploratore, durante l’estate del 1889 Vittorio Bottego tornò in licenza a Parma e facendo visita al Gabinetto zoologico dell’Università si accorse della scarsezza dei materiali faunistici riguardanti le regioni africane da poco colonizzate dal Regno.

francobollo_vittorio_bottegoNello stesso autunno 1889, Parma ottenne il primo nucleo di pezzi, al quale fecero seguito altri, fino a comprendere una grande raccolta sia di Invertebrati sia di Vertebrati che furono preparati in Parma dall’ottimo tassidermista Alfonso Caggiati e studiati, soprattutto per quanto riguarda i Vertebrati, dal naturalista parmigiano Alberto Del Prato. Una piccola parte dell’intera collezione è costituita da materiali etnografici rappresentati da lance, frecce ed altri strumenti bellici usati dalle popolazioni eritree visitate dal Bottego; non mancano peraltro alcuni pezzi di interesse etnografico e storico, quali ad esempio una maschera in legno eritrea e una coppia di testi manoscritti sacri in lingua araba. Sono in possesso del Museo di Storia Naturale dell’Università anche i “cimeli”, le lettere alla famiglia, i taccuini manoscritti e una documentazione fotografica dei viaggi dell’esploratore parmigiano che è stata recentemente esposta in una “Mostra documentaria”, realizzata nell’ambito delle celebrazioni del centenario della morte di Bottego nel 1997.

Al Bottego la Società Geografica assegnò una seconda grande medaglia d’oro e il Regio Governo, con la massima ricompensa al valore militare, premiò il suo eroismo. La città di Parma, nel 1907, alla sua memoria, innalzò un monumento, opera di Ettore Ximenes.

di Vito Zita – © Tutti i diritti riservati

Note

(1) «Dimostrò sagacia ammirevole nel dirigere una spedizione scientifico-militare nell’Africa Equatoriale attraverso paesi inesplorati e fra popolazioni ostili e bellicose e spiegò eccezionale coraggio attaccando con soli 86 uomini un nemico forte di circa un migliaio di combattenti e morendo eroicamente sul campo ferito al petto e alla testa da due colpi di arma da fuoco.» – Gobò (Paesi Galla) – 17 marzo 1897

 

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